L'infermiera non mi riconosce come suo fratello. Mi tratta come tutti gli altri vecchi di questa merdosa casa di riposo. Si chiama Lucia, lo stesso nome che aveva nella vita in cui eravamo stati fratelli. Una coincidenza? Ho paura di spaventarla e non le ho ancora raccontato chi siamo stati.
Da bambino sentivo la mancanza di una sorella maggiore che in realtà non era mai esistita. Non in questa vita, intendo. Eppure ne sentivo forte la mancanza, come se l'avessi prima davvero conosciuta e poi perduta. Dire che la immaginavo non è corretto: la ricordavo. Aveva capelli neri, lisci e lunghi, la fronte alta, gli occhi grigi, una voce soave che nella mia antica memoria mi chiamava Eliseo. Il nome che ho in questa vita invece non mi è mai calzato bene. Invidiavo quei ragazzini che ai giardini pubblici giocavano con la sorella più grande. Li osservavo da lontano e avrei voluto che anche mia sorella maggiore fosse lì a spingermi sull'altalena.
Volevo più bene a mia sorella mai esistita che a mia madre. Era un affetto puro e intatto. Provavo una nostalgia devastante per questa sorella fuori dal tempo. Ero venuto al mondo con un lutto che mi precedeva. Mia madre, sul letto di morte, mi aveva accarezzato i capelli con una mano leggera e aveva sussurrato: «Non ho mai capito cosa è che ti manca.»
Il primo giorno Lucia è entrata nella sala comune con una cartellina in mano. Rideva con un’altra infermiera. Poi si è girata verso di noi e l’ho riconosciuta. Non è stato un pensiero, ma una reazione delle mie viscere. Gli stessi occhi. Non proprio grigi, forse, ma simili. Ho dovuto sedermi.
«Tutto bene?» mi ha chiesto lei avvicinandosi. La voce era quella che ricordavo. Ho annuito senza parlare. Temevo, o forse speravo, che lei potesse pronunciare anche il nome del fratello che ero stato. La osservo ogni giorno. Ma qui c'è odore di disinfettante misto a minestrina, non quell'odore di pane e camino di casa nostra.
