Il mio rifugio antiatomico è sotto il giardino. È lì, nel prato che ormai cresce un po’ come gli pare, che il mio vicino ha deciso di attaccarmi. Lui, muovendosi sulla linea di confine, finge di occuparsi degli oleandri. Passa i pomeriggi a potare, annaffiare, inclinare la testa davanti ai petali. Credo abbia capito che, in caso di guerra nucleare, verrà spazzato via in pochi secondi: lui, i figli, il cane e tutte le sue piante ornamentali. Non avrei la sua pazienza con la vegetazione, poi con tutta la faccenda del rifugio il giardino è passato in secondo piano. L’erba cresce, ma non è una priorità strategica. Dopo una guerra nucleare l’estetica del prato non sarà un problema. In questi giorni di pioggia l’erba si è abbassata parecchio e i miei nani da giardino subiscono manovre sospette. Trovo Eolo avanzato di qualche metro (tecnica dell’avanzamento), oppure scambiato con Dotto (tecnica della sostituzione). Una volta li ho trovati allineati verso casa mia (tecnica dell'assalto). È evidente il tentativo di destabilizzazione. Tutto questo per farmi impazzire. Ma io sono preparato. Conosco la crudeltà dell’essere umano. Non a caso ho fatto costruire un rifugio antiatomico. La prevenzione è l’unica forma di pace possibile.
Il mio rifugio antiatomico può garantire la sopravvivenza di due adulti normopeso per un periodo variabile tra i sei e i nove mesi, a seconda della loro disciplina. Ho stilato una tabella calorica e un regolamento interno. Il rifugio è dotato di gruppo elettrogeno, sistema di filtraggio dell’aria e scaffalatura modulare. Ho eliminato tutto ciò che potesse generare caos visivo. Dopo la fine del mondo, la chiarezza sarà fondamentale. Ho già portato qui sotto la collezione di CD e DVD con la musica che amo e i capolavori del cinema.
